Domenica
27 Gennaio, sul primo binario della stazione ferroviaria di Fabriano,
in ricordo dei deportati ebrei ed italiani nei campi nazisti, sarà
posizionato un treno merci risalente all’epoca e all’interno i
cittadini, gli studenti e i politici si alterneranno nella lettura di
brani volti a celebrare la Memoria. E’ davvero una bella
iniziativa. Anzi, la definirei un’iniziativa necessaria. Radio Gold
ha più volte dedicato spazio, ricerca e dibattito al Giorno della
Memoria e i nostri collaboratori non si sottrarranno dal seguire
l’evento proposto dal Comune di Fabriano. In questi giorni vi
invito a leggere un libro straordinario dal titolo “Per questo ho
vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau” edito da Rizzoli (280
pagg., euro 18). Lo ha scritto un sopravvissuto che si chiama Sami
Modiano, che oggi vive tra Ostia e Rodi, in Grecia, dove iniziò la
sua odissea in quel maledetto 1938, quando aveva solo otto anni ed
era il più bravo della scuola italiana dell’isola. Riferisce
l’autore: “Ero morto, sentivo che nessuno avrebbe potuto fare
nulla. Invece, due miei sconosciuti compagni di sventura mi portarono
via”. E ancora: “A Birkenau avevo perso la fede, bestemmiavo il
dio che non faceva nulla per impedire quell’atrocità”. La moglie
di Sami ammette che vivere con un sopravvissuto non è facile. Serve
pazienza, generosità e amore. La storia di Sami Modiano è
una trama intessuta di addii e partenze alle quali il protagonista ha
sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici, a
dispetto di chiunque abbia provato a strapparle. Ecco perché oggi, a
settant’anni dal suo arrivo al campo di sterminio, Sami sente di
essere sopravvissuto: proprio per testimoniare quegli orrori e
raccontarli al mondo. Lo fa con un libro semplice fino all’asperità,
commovente perché portatore di una lingua universale. Figlia delle
ferite che dividono i popoli e della speranza che li vorrebbe unire.
Stamattina leggo nell’inserto “Sette” del “Corriere della
Sera” che la nuova generazione di ebrei coltiva il ricordo
tatuandosi il numero inciso sul braccio ai parenti deportati. Un
modo, dicono, per sollevarli dall’oblio. Da un libro ad un
fatto tangibile, per riconoscere che la memoria è ancora salva.
Alessandro Moscè
Direttore Editoriale
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