venerdì 25 gennaio 2013

PER NON DIMENTICARE… di Alessandro Moscè


Domenica 27 Gennaio, sul primo binario della stazione ferroviaria di Fabriano, in ricordo dei deportati ebrei ed italiani nei campi nazisti, sarà posizionato un treno merci risalente all’epoca e all’interno i cittadini, gli studenti e i politici si alterneranno nella lettura di brani volti a celebrare la Memoria. E’ davvero una bella iniziativa. Anzi, la definirei un’iniziativa necessaria. Radio Gold ha più volte dedicato spazio, ricerca e dibattito al Giorno della Memoria e i nostri collaboratori non si sottrarranno dal seguire l’evento proposto dal Comune di Fabriano. In questi giorni vi invito a leggere un libro straordinario dal titolo “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau” edito da Rizzoli (280 pagg., euro 18). Lo ha scritto un sopravvissuto che si chiama Sami Modiano, che oggi vive tra Ostia e Rodi, in Grecia, dove iniziò la sua odissea in quel maledetto 1938, quando aveva solo otto anni ed era il più bravo della scuola italiana dell’isola. Riferisce l’autore: “Ero morto, sentivo che nessuno avrebbe potuto fare nulla. Invece, due miei sconosciuti compagni di sventura mi portarono via”. E ancora: “A Birkenau avevo perso la fede, bestemmiavo il dio che non faceva nulla per impedire quell’atrocità”. La moglie di Sami ammette che vivere con un sopravvissuto non è facile. Serve pazienza, generosità e amore. La storia di Sami Modiano è una trama intessuta di addii e partenze alle quali il protagonista ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici, a dispetto di chiunque abbia provato a strapparle. Ecco perché oggi, a settant’anni dal suo arrivo al campo di sterminio, Sami sente di essere sopravvissuto: proprio per testimoniare quegli orrori e raccontarli al mondo. Lo fa con un libro semplice fino all’asperità, commovente perché portatore di una lingua universale. Figlia delle ferite che dividono i popoli e della speranza che li vorrebbe unire. Stamattina leggo nell’inserto “Sette” del “Corriere della Sera” che la nuova generazione di ebrei coltiva il ricordo tatuandosi il numero inciso sul braccio ai parenti deportati. Un modo, dicono, per sollevarli dall’oblio. Da un libro ad un fatto tangibile, per riconoscere che la memoria è ancora salva.
Alessandro Moscè
Direttore Editoriale

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