a
televisione, i giornali, la radio, e adesso, nel terzo millennio, la
comunicazione virtuale. Quanto siamo influenzati da Internet? Leggevo
ieri una statistica: i nostri giovani
cominciano a 10 anni, un po’ in ritardo rispetto alla media dei
ragazzi europei. Ma navigano quasi tutti, nove su dieci, e tutti i
giorni. Altrettanti adolescenti hanno un profilo su un social
network. In maggioranza usano il computer in camera propria e non in
uno spazio comune, quindi con meno possibilità di controllo. Non
solo: si diffondono a macchia d’olio la chat via smartphone e i
supporti mobili. Leggere e comunicare sul video non è affatto come
capire e conoscere sui libri. E se i libri non si leggono più è
anche perché siamo ormai abituati alla notizia ridotta in pillole,
che non implica la riflessione. Ma questo è un incipit che ci
porterebbe lontano. Torniamo al dato meramente statistico. L’uso di
Internet si spinge fino all’abuso. Da
un rapporto della Cisco Systems di San Josè in California, emerge
che il 55% degli intervistati afferma di non poter vivere senza
internet, mentre una persona su tre arriva a pensare che il web sia
necessario come l’acqua, il cibo, l’aria per respirare. Più che
un aiuto per semplificare le nostre vite, Internet appare quindi una
necessità primaria di cui non si può più fare a meno, tanto che il
rapporto con il web sta assumendo i caratteri di un rapporto
simbiotico. Possedere un’automobile non appare tra le priorità
assolute: ben il 64% degli intervistati farebbe a meno della quattro
ruote, ma non del web. Due giovani su cinque preferiscono Internet
alle uscite con gli amici e all’ascolto della musica. E per uno
studente su quattro (27%) Facebook viene prima di una festa. Mentre
per gli studenti l’utilizzo dei social network è fonte di
distrazione, per i lavoratori è un filo di collegamento nelle
relazioni tra colleghi e una fonte di curiosità per indagare nella
vita privata dei capi o dei compagni di lavoro. Insomma, siamo tutti
malati di una realtà sempre meno reale, di una virtualità che ci
induce a non incontrarci più faccia a faccia. Di questo passo dove
arriveremo? Mi piacerebbe che l’interrogativo venisse posto tra gli
insegnanti e gli alunni, nelle scuole, con maggiore continuità e con
una certa preoccupazione. Il nostro stesso blog approfondirà
l’argomento. Più tecnologici ma più soli, a quanto pare. Giro a
voi lettori la risposta.
Alessandro
Moscè
Direttore
Editoriale
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